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Ritorna il primo sabato di luglio la seconda edizione del Wine&TarantaFest, dopo il grande successo dell’anno scorso, con un maestro d’eccezione come Eugenio Bennato che ha di fatto battezzato questo bellissimo festival fatto di buona musica e ottimo vino. Quest’anno vogliamo dargli un tema differente,se nella precedente edizione il festival aveva come tema le cantine Irpine e l’arte, ora oltre a riportare la grande musica, il tema sarà incentrato sul cammino dei briganti nelle nostre zone, dal 1800 ai giorni nostri.

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 IL TEMA PRINCIPALE IL CAMMINO DEI BRIGANTI

Mentre viene realizzata l’Unità di Italia nella provincia di Principato Ultrà, come nelle regioni del sud della penisola, si diffonde il cosidetto “brigantaggio meridionale postunitario”  Quelli che chiedevano ai Borbone più libertà ed equità sociale adesso si ribellano ai Savoia perchè vedono peggiorare le loro condizioni di vita: aumentano i prezzi e le tasse, vengono emanate leggi che favoriscono il clero e i proprietari terrieri, vengono introdotti vincoli al libero mercato agricolo, viene istiruito il servizio militare obbligatorio.

Il risultato è un aumento delle differenze sociali, e con questo subentrano malcontento, disillusione, e ribellione. Accade così che ai vecchi latitanti, sia ggiungano i nuovi “briganti”, veri e propri contadini pastori e operai, filo borbonici, ex militari che insorgono contro il sistema.

Questi briganti insorgono nelle terre Irpine protetti da un ambiente a loro favorevole, pieno di boschi, grotte e luoghi nascosti. Si trovano racconti di scontri contro l’esercito sabaudo e villaggi saccheggiati come Aquilonia, Andretta, Calitri, Conza della Campania, Teora, Lioni e tanti altri borghi. Nella storia del brigandaggio Irpino sono rimasti Alfonso Carbone e Ferdinando Pico di Montella oltre che Agostino Sacchitiello di Bisaccia. Si narra che anche il famoso Carmine Crocco (Rionero in Vulture, 5 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905) abbia frequentato assiduamente l’Irpinia, nella specie Bisaccia (Sacchitiello era un suo avamposto) e Calitri.

La mafia e il brigantaggio non sono strettamente collegati, ma hanno molti punti in comune. Infatti è’ proprio dall’Unità d’Italia che comincia a crearsi quell’inestricabile intreccio fra mafia e politica che nessun governo (o regime) ha mai saputo (o “voluto”) debellare.
Il nuovo ceto politico capisce che gli conviene fare patti di mutuo interesse con il mafioso locale. Questi amministra la sua giustizia, anche sommaria, risolvendo problemi che l’amministrazione venuta dal nord non riesce a capire e ad inquadrare; sopperisce, col suo paternalismo interessato, a risolvere problemi che lo Stato invece accentua e, agli occhi del popolano più misero, risulta quindi più efficiente e “giusto”.
Nelle campagne i grossi latifondisti, che avevano detenuto interamente il potere fino a quel tempo, cominciarono ad aver bisogno sempre più di qualcuno che garantisse loro un controllo effettivo delle proprietà, sia per difendersi dal brigantaggio, sia per resistere alle nascenti pretese delle classi contadine per una più equa distribuzione del prodotto del loro lavoro.
Questo ruolo, anziché affidarlo alla classe borghese imprenditoriale con l’aiuto dallo stato, venne può comodo demandarlo ai “campieri” (perché controllavano i campi) o “gabelloti”, in quanto riscuotevano, per conto del padrone, le “gabelle”.

Quindi, fin dal principio, la mafia si delinea come un’organizzazione che assume dei ruoli pubblici per eccellenza, che altrove sono di competenza dello Stato.

Per conquistarsi questo ruolo i mafiosi ebbero, fin dalle origini, contatti molto stretti con il potere pubblico. A quell’epoca le collusioni più evidenti erano con il corpo dei “militi a cavallo”, una forza di polizia addetta al controllo delle campagne.
Il mafioso si inserì, con un’attività tipicamente parassitaria, nel rapporto fra contadini e proprietari terrieri. Si sostituiva al proprietario lontano dalla terra fino a soppiantarlo totalmente nell’esercizio dei suoi diritti e lo ricattava, imponendogli come prezzo dei suoi servizi e della sua stessa presenza, un’assoluta libertà d’azione nei confronti dei contadini. In compenso il mafioso, attraverso un’articolata rete gerarchica di personaggi che andavano dall’amministratore al gabellotto e al campiere, difendeva il proprietario dalle rivendicazioni contadine e gli assicurava il lavoro di braccianti male remunerati e il tranquillo godimento delle rendite del feudo.

La storia della mafia, dei suoi atroci crimini, dei politici collusi e degli “onorevoli servitori dello stato” che per il bene di noi tutti hanno perso la vita (…, Impastato, …., Falcone, Borsellino, …. ) è una storia lunga, interminabile. Questa brevemente è la storia che vogliamo raccontare…

I briganti, i mafiosi, lo stato assente…non siamo nel 1800 o nei primi anni ’30, siamo in quella che viene chiamata era moderna, ma il passato sembra più presente che mai.

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